Testimonianza di Mauro Biagioni, medico volontario per Project Malawi


Sto ancora scendendo dall'aereo e subito lo sguardo è catturato dal viola intenso delle jacarande in fiore: sono di nuovo in Malawi. Faccio il viaggio fino a Balaka, circa 200 chilometri, con Peter, l'autista e Carlo, anche lui medico ed arrivato con un altro volo, poco prima di me. Viene ormai da parecchi anni, trascorre qui molti mesi e si occupa soprattutto di organizzazione sanitaria e di terapia dell'infezione da HIV. Lungo il percorso, a poco a poco, mi calo ancora una volta nella vita del Malawi. Si susseguono i centri abitati, più o meno grandi, ma tutti come al solito pieni di animazione. Artigiani al lavoro all'aperto, il fumo della cottura dei mattoni, mercati affollati, i colori della frutta, della verdura e delle merci esposte, ovunque gente in cammino lungo le strade, donne con sacco sulla testa e bambino sulla schiena, carretti e biciclette, capre che brucano sul ciglio della carreggiata, ossute e gibbose vacche ai loro magri pascoli: le immagini si fondono con i ricordi. La stagione delle piogge è ancora lontana: la terra è riarsa, il vento solleva nuvole di polvere dalle piste, qua e la' i roghi delle sterpaglie in fiamme. Il paesaggio è aperto, i cieli sconfinati, quei cieli che talvolta in passato mi hanno ricordato “i cieli inamovibili in cui Dio scrive i suoi silenzi” evocati da Mario Pomilio. L'accoglienza a Balaka di padre Mario e di tutti gli altri è semplice, sincera, fraterna.

Quest’anno la mia presenza in Malawi si sovrappone parzialmente a quella di altri colleghi. Trovo Giovanni, che è qui con Daniela, la moglie, ostetrica. Entrambi hanno alle spalle una lunga esperienza africana ed hanno lavorato in ospedali dell’Etiopia, dell’Uganda e della Tanzania. Arriva poi Marisa, figlia di emigranti, è nata, ha vissuto, si è laureata e specializzata in Sudafrica e solo da pochi anni si è trasferita in Italia. Si è fatta le ossa a Soweto, alla periferia di Johannesburg. Grazie alla presenza di altri colleghi non devo vivere questa volta il dramma della solitudine di fronte alle importanti scelte terapeutiche, alla sofferenza, alla morte. Non è mutata però la realtà con cui sono costretto a confrontarmi.

Tutte le mattine le lunghe code delle persone infette da HIV al vicino centro DREAM; davanti alla nostra clinica tante mamme con i loro bambini che, spesso venute, anche scalze, da villaggi non proprio vicini, ci attendono per una visita; le flebo sempre all'opera, con il chinino per le malarie gravi, con i liquidi per le severe disidratazioni. Oltre alla neonatologia abbiamo sei posti letto per i bambini fino a cinque anni di età, posti destinati ad aumentare quando la nuova clinica pediatrica, di imminente realizzazione, sarà operativa. Fra i ricoverati c’è anche una bambina di sei mesi dell’orfanotrofio di Kankao. Il ricorrere di infezioni avevano fatto sospettare l'infezione da HIV, gli esami effettuati l'hanno confermata. La carica virale è elevata e dovrà essere iniziato subito il trattamento. La bambina ha una polmonite, respira con un po' difficoltà, ma non sta male. E' sicuramente sottopeso, ma il volto sereno e lo sguardo vigile e spesso sorridente non tradiscono la gravità della situazione. Pur iniziando il trattamento, almeno per i prossimi due mesi dovrà lottare e farcela da sola.
Oltre alle visite all’orfanotrofio di Kankao e all’ambulatorio di Kapeni, quest’anno mi reco anche una volta alla settimana a Kapandatsitsi. L’ambulatorio qui è stato aperto solo da pochi mesi, funziona bene ed è sempre affollato. Passo anche un po’ di tempo con Mwale e Mark, i clinical officers, per capire le loro esigenze formative in vista del prossimo ampliamento dell’attività pediatrica.

Il giorno prima della partenza vado per l’ultima volta in clinica. E' primo pomeriggio, fa molto caldo. Le mamme stanno sonnecchiando con i loro bambini, alcune sul letto, altre sdraiate per terra. Indugio su un bambino arrivato il giorno precedente con malaria e diarrea. Era quasi disidratato e aveva la febbre altissima, ma grazie al chinino, sta ora molto meglio. Nel letto accanto c'è la bambina di pochi mesi dell'orfanotrofio di Kankao. Ha iniziato la cura ed è prossima alla dimissione. L’assiste amorevolmente una delle donne dell’orfanotrofio, che mi saluta solo con un sorriso. La bambina dorme tranquilla, anche se il respiro a causa della polmonite, è ancora un po' affannoso. Il sole penetra dalla finestra e le illumina il volto, percorso da qualche goccia di sudore. Forse il Malawi non mi poteva donare immagine più delicata da portare via con me nel mio cuore.



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